Per molti della nostra generazione è stato Alfredino Rampi: la tv del dolore, l’impatto dei media nelle disgrazie della vita, tutto il resto, tutto ciò che ne è seguito, giù, giù fino al plastico nello studio di Vespa.
Per me invece è stata la strage di Ustica.
Non avevo nemmeno 5 anni, il 27 giugno del 1980. E non so dire perché me lo ricordi così bene. Per dire, dell’attentato alla stazione di Bologna, solo un paio di mesi dopo, invece nulla. Ma di quel giorno lì, invece, del giorno in cui il DC9 è caduto – anzi: forse del giorno dopo – ricordo esattamente il me stesso di allora che gioca sul balcone di casa, in mutande, tramonto rosso-emiliano alle spalle, mia madre che prepara la cena in cucina, mio padre che scuote la testa versandosi da bere, a tavola, mio nonno in canottiera per il caldo, stessa espressione, occhi fissi al televisore, in bianco e nero, quell’apparecchio che per accenderlo bisognava attaccare una specie di generatore nascosto nel mobile in un luogo per me “proibito”.
Sono tutti lì, li ho tutti esattamente davanti, cristallizzati nel tempo, mi sembra quasi di percepire ancora gli stessi odori.
E dopo non so cosa sia successo, non lo so davvero – l’inconscio o che altro – ma questa storia me la sono sempre portata dentro, vittima di un’emotività che va ben oltre il mio reale coinvolgimento nel fatto. Quando, adolescente, ho visto “Il muro di gomma” ho pianto (dico pianto davvero) senza nemmeno sapere perché (va bene: “I muscoli del Capitano”, De Gregori che canta alla fine del film, il credere che il giornalismo fosse davvero quello lì, quello che sullo schermo aveva la faccia indimenticabile di Corso Salani).
Quando, anni dopo, ho visto “I TIGI” di Marco Paolini invece mi sono incazzato, ma solo perché padrone di un’età con diversa consapevolezza.
Nel frattempo è cambiato tutto.
Ma a Correggio la luce dell’estate all’inizio mi sembra sempre la stessa e io il 27 giugno di ogni anno ritorno davvero lì, sul balcone di casa mia, con un dito in bocca e i giochi sospesi, mentre in tv scorrono immagini di persone che piangono e di certe cose che galleggiano nell’acqua del mare (e io al mare, come ogni anno, ci sarei andato dopo pochi giorni, e per me il mare era solo una cosa meravigliosa: mica si poteva aver paura del mare, no?).
Elenco delle persone che erano lassù e che dal 27 giugno del 1980 aspettano di sapere “perché”: Cinzia Andres, Luigi Andres, Francesco Baiamonte, Paola Bonati, Alberto Bonfietti, Alberto Bosco, Maria Vincenza Calderone, Giuseppe Cammarota, Arnaldo Campanini, Antonio Candia, Antonella Cappellini, Giovanni Cerami, Maria Grazia Croce, Francesca D’Alfonso, Salvatore D’Alfonso, Sebastiano D’Alfonso, Michele Davì, Giuseppe Calogero De Ciccio, Rosa De Dominicis, Elvira De Lisi, Francesco Di Natale, Antonella Diodato, Giuseppe Diodato, Vincenzo Diodato, Giacomo Filippi, Enzo Fontana, Vito Fontana, Carmela Fullone, Rosario Fullone, Benito Gallo, Domenico Gatti, Guelfo Gherardi, Antonino Greco, Berta Gruber, Andrea Guarano, Vincenzo Guardi, Giacomo Guerino, Graziella Guerra, Rita Guzzo, Giuseppe La China, Gaetano La Rocca, Paolo Licata, Maria Rosaria Liotta, Francesca Lupo, Giovanna Lupo, Giuseppe Manitta, Claudio Marchese, Daniela Marfisi, Tiziana Marfisi, Erica Mazzel, Rita Mazzel, Maria Assunta Mignani, Annino Molteni, Paolo Morici, Guglielmo Norritto, Lorenzo Ongari, Paola Papi, Alessandra Parisi, Carlo Parrinello, Francesca Parrinello, Anna Paola Pellicciani, Antonella Pinocchio, Giovanni Pinocchio, Gaetano Prestileo, Andrea Reina, Giulio Reina, Costanzo Ronchini, Marianna Siracusa, Maria Elena Speciale, Giuliana Superchi, Antonio Torres, Giulia Maria Concetta Tripliciano, Pierpaolo Ugolini, Daniela Valentini, Giuseppe Valenza, Massimo Venturi, Marco Volanti, Maria Volpe, Alessandro Zanetti, Emanuele Zanetti, Nicola Zanetti.









Legge-e-eeero…
A parte il sempre ottimo Lee Marshall su Internazionale (perfetto, perfetto: questo secondo me è un articolo perfetto), la stampa nostrana sta facendo a pezzi “To Rome with love“, il nuovo film di Woody Allen. Ora, al di là dei limiti o meno del film, credo sia corretto dire, come appunto fa Marshall, che probabilmente ciò che ha infastidito maggiormente la critica italiana sia la sostanziale mediocrità di questo lavoro di Allen (soprattutto se rapportata a “Midnight in Paris”) e le caratterizzazioni da cartolina con le quali viene dipinto il nostro paese (immutabile nei secoli dei secoli e un po’ decadente, proprio come i marmi della non a caso “città eterna”).
Marshall dice già tutto e quindi aggiungo qui, di conseguenza, solo un paio di brevi riflessioni:
1. ah ahhhhhh, allora scopriamo che i giudizi stereotipati ci danno fastidio. Curioso che questo avvenga, essendo per altro gli italiani, noi stessi, veri e propri campioni delle “stereotipizzazioni” nei confronti degli altri (extracomunitari, zingari, minoranze di credo, lingua, religione, opinioni, gusti in genere);
2. Marcello e Anita nella fontana di Trevi oggi si sarebbero beccati almeno un centinaio di commenti cattivi su Facebook di gente arrabbiata, invidiosa, che avrebbe chiesto conto di quanto è costato il film, del perché i vigili non li hanno multati, dell’indifferenza della politica, del fatto che questi si baciano mentre le fabbriche chiudono… Insomma, “la dolce vita” non esiste più, lo sappiamo, ci sono colpevoli in giro e innocenti che stanno pagando i costi di una crisi che non pare terminare mai: eppure, la costante incazzatura di molti, il vedere tutto marcio, indegno, da buttare, il cercare colpe e colpevoli – attenzione: sempre nei più deboli – non contribuisce a migliorare granché le cose.
Forse allora sarebbe tempo di provare a reclamare un po’ di leggerezza in più. Non tanto per dar seguito al vituperato motto “cuor contento il ciel l’aiuta”, quanto perché la bellezza non si nutre certo di superficialità, ma di levità un po’ sì. E sarebbe utile anche nell’approcciarsi ai presunti difetti degli altri (cioè a quelli che noi riteniamo siano i difetti degli altri): “leggeeeeeroooo, è il vestito migliore” (lo dice anche Liga, no?).
Stay tuned 🙂