Per ogni cosa c’è il suo tempo (giusto)

Vabbè, lo diciamo subito allora: maggio non sarà il mese del nuovo romanzo.

Avrebbe potuto esserlo (come più o meno detto, da qualche parte), ma non lo sarà.

Il motivo è molto semplice: non è pronto. Cioè: è pronto, ma non come dovrebbe, non come vorrei fosse, non come spero possa diventare. Serve tempo, lo dicono in tanti, questa volta lo dico anche per me. Serve tempo perché i Pesci Rossi sono stati una bella avventura e ora (un po’) sono anche una bella “responsabilità”. Serve tempo per abbandonarli, e poi riprenderli, e poi lasciarli ancora. Serve quel tempo che, mentre si è coinvolti in (e si stanno seguendo) altri tre o quattro progetti, necessariamente si dilata, al di là della voglia e della “pigrizia” personale. Serve tempo per mettere le cose al proprio posto, per trovare la parola giusta al momento giusto e metterla in bocca al personaggio giusto.

Insomma, serve quel tempo lì.

D’altra parte sono molto fortunato: ho un editore bravissimo e nessuno che si strappa i capelli se le cose andranno un po’ più per le lunghe (in questo caso).

E’ vero poi che il mercato ha anche certe sue regole, da non dimenticare. Ma, come scrisse il grande Mark Strand, “I am always amazed at / how easily satisfied / some people are”.

🙂

 

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Intanto nel febbraio ZeroTredici

Intanto sabato scorso ho avuto la fortuna (grazie, grazie mille alla biblioteca “Giulio Einaudi” di Correggio che ha organizzato e promosso e messo in piedi la cosa) di presentare Marco Malvaldi a Correggio e c’erano tantissime persone e Marco Malvaldi è stato molto bravo e (soprattutto) (cosa non scontata) ha dato l’idea di essere proprio una bella persona. Il che non guasta mai.

Intanto Marco Mengoni ha vinto Sanremo. E sì, doveva trionfare Elio, va bene, ma Daniele Silvestri è di un’altra e superiore razza.

Intanto accadono cose belle e impensate e gratificanti.

Intanto qualcosa cambierà.

Intanto sarà un anno che… Wow, che anno! (speriamo bene, speriamolo per tutti!).

Intanto torneremo presto anche a Cagliari.

Intanto Roma con il sole è bellissima. Ma anche Correggio, con il sole. Ma pure con la neve non scherza perché anche la neve è meravigliosa. E infatti la settimana scorsa io e Lo abbiamo fatto un ottimo pupazzo (nella foto, uno scatto “rubato”) e lo abbiamo chiamato “Magrone” (l’ha deciso lui, in realtà) perché sì, è venuto su un po’ così.

Intanto poi c’è una differenza sostanziale tra l’okite e la kerlite, per dire. E il laminato? Beh, quello costa meno.

Intanto siamo ancora in inverno anche se domenica si va a votare. Qui non si fa politica e il voto è segreto, ma ci sono persone che si sono ripresentate e queste persone che si sono ripresentate fanno “schifo”. Che è un brutto ed inelegante termine, ma rende l’idea molto meglio di altre più complesse disamine.

Intanto uscirà presto un romanzo nuovo che però no, non avrà a che fare con i Pesci Rossi.

Intanto ci saranno molte altre novità.

Intanto occorre pianificare un po’ di cose per un po’ di tempo, diciamo da qui fino a novembre, estate compresa. E solo per avere una chance di uscirne intatti.

Intanto un mio amico si sposa a settembre e in un colpo solo ci fa sentire tutti più giovani. E questo è un gran regalo che lui fa a noi.

E intanto, mentre cadono meteoriti e tu rimani lì, come un tirannosauro o un triceratopo, a sperare che non ti piovano dritti sulla testa (certo, augurandosi in questo senso di essere più fortunati di quanto lo furono a loro tempo tirannosauri e triceratopi), cerchiamo di vivere serenamente e con felicità in questo febbraio ZeroTredici.

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Dieci libri, anzi cinque, che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti

È stato un anno di letture difficile. Troppe, troppe cose si sono affollate in questi dodici mesi per riuscire a mantenere a lungo la giusta concentrazione. C’è stato un terremoto in più. C’è una bimba in più, che è arrivata da queste parti. Ci sono state notti insonni e grandi risate, viaggi e pannolini, persone che hanno pianto e altre che si sono abbracciate. E comunque sì, ovviamente ci sono stati anche i libri, le storie, le pagine, le avventure, le scritture. Ora, stilare classifiche non è divertente, ma suggerire invece sì (e fa parte dei compiti del più bel mestiere del mondo, cioè il libraio). Curiosamente, diversi autori – sui giornali, sulle riviste, in televisione, insomma, quando viene chiesto loro di esprimere un parere – alla voce “preferenze” si sbilanciano coraggiosamente citando Calvino, Flaubert, Joyce e Kafka, quasi ci fosse estremo pudore nell’avere preferenze tra colleghi “vivi”. Mah… Non so, forse per beata ingenuità a me quest’anno sono piaciuti alcuni libri e infatti dopo ne parlerò qui (in realtà me ne sono piaciuti anche altri, ma non vorrei “esagerare” qui con i complimenti da atmosfera natalizia). Ce ne sono stati poi anche di quelli che non mi sono piaciuti e di quelli che non mi sono piaciuti affatto. Ma rivelare quali sono non sarebbe elegante e quindi non lo farò. Per cui ecco di seguito la “booklist_2012” dei Pesci Rossi: magari può essere utile a qualcuno come “idea regalo” (meglio ancora se selezionata nelle mitiche librerie indi italiane).

 

1. Nathan Englander, “Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank

Ok, a conti fatti Nathan Englander è “il mio scrittore preferito”. Eh, allora è poi facile partire così, lo so (scusate). Sulla quarta di copertina si sprecano gli elogi per la sua raccolta di racconti: bene, allora diciamo che, a differenza di quanto accade di solito, non uno di quei giudizi è “sparato” inutilmente. Quindi, chi sono io per aggiungere altro a quanto già detto in ordine da Jonathan Franzen, Jennifer Egan, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Dave Eggers e persino Philip Roth? E sì, dunque, Nathan Englander possiede un’incredibile combinazione di umiltà e sicurezza morale. Sì, questi racconti incarnano appieno l’ironia, la complessità e l’ingegno della sua narrativa. Sì, Englander è uno dei migliori in assoluto. Sì, trabocca di gemme e rivelazioni. Sì, la sua profonda sensibilità lo distingue da chiunque altro. E sì, è davvero un grande talento, capace di mescolare l’umorismo al dolore. Detto questo, postillo in modo personale: Nathan Englander è uno che non spreca una sola parola, tutto nella sua scrittura è perfetto così come deve essere. Un racconto di Nathan Englander vale 1500 scuole di scritture creativa. Ecco.

 

2. Percival Everett, “Cancellazione

Se il mondo fosse giusto… No, meglio, se il mondo letterario fosse giusto, “Cancellazione” avrebbe dovuto vendere un milione di copie. Ora, potrei informarmi sui dati, ma non credo che la cifra sia esattamente questa. Ne deduco, una volta in più, che ci sono cose ingiuste. E dunque mi gioco io il jolly: “Cancellazione” vale Franzen. E ho detto tutto. Anzi no, devo aggiungere una nota di merito: questo libro è tradotto meravigliosamente (da Marco Bosonetto, tra l’altro autore notevole in prima persona). L’ottima traduzione di Everett va sottolineata perché, per la struttura stessa del romanzo, con tutti i registri e i cambiamenti stilistici che presenta, non deve essere stata affatto una passeggiata. Il libro è meraviglioso, ma a un certo punto l’autore compie una scelta (che non tocca a me svelare) per cui voi direte: “Io amo Percival Everett”. Punto.

 

3. Guy Delisle, “Cronache di Gerusalemme

Meno divertente di “Pyongyang” – mancando qui l’assurda realtà nordcoreana che già da sola vale mille racconti – “Cronache di Gerusalemme” secondo me è comunque il più bel lavoro di Delisle. Se già in “Cronache birmane” l’autore aveva dimostrato ampiamente la propria capacità di mescolare abilmente il racconto di situazioni familiari sciolto nella storia collettiva di un luogo e di un popolo, ecco, in questa occasione Delisle aggiunge un ulteriore tocco poetico alla sua narrazione. E tra l’altro ci riesce raccontando la realtà di quello che vede quotidianamente accadere a Gerusalemme e, più in generale, in Israele e Palestina, con puntualità e precisione e senza scendere nella faziosità (cosa che, in effetti, a volte risulta difficile, considerando i soprusi evidenti di cui una parte è vittima e l’altra è responsabile). C’è un’amarezza di fondo, ben rappresentata dal colono che afferma sicuro “è casa mia ora”, riferendosi a un cumulo di macerie sottratte con l’inganno al legittimo proprietario palestinese, e che tuttavia non diventa mai “rassegnazione”, quanto invece sorpresa, dolore, umorismo, umanità. E così, gli unici “sconfitti”, resi insopportabili dal racconto di Delisle, rimangono solo i fondamentalisti religiosi, di ogni gruppo, capaci di appestare e portare in rovina, con le loro intolleranze e le loro violenze, una terra ricca di storia e di significati e di possibilità di pace.

 

4. Fabio Geda, “L’estate alla fine del secolo

I romanzi di Fabio Geda – e “L’estate alla fine del secolo” in questo non fa eccezione – ti portano subito, come lettore, dalla parte dell’autore (o della voce narrante) senza farti sentire “inadeguato”. La narrazione si svolge rapida e precisa, senza concessioni a ciò che “non c’entra”: vieni preso per mano e condotto tra le pagine senza alcun apparente intento didattico né spocchia da “adesso ti faccio vedere quanto sono bravo”. In più occasioni questo romanzo, per come è costruito, per la vicenda che racconta, per i protagonisti che mette in scena, avrebbe potuto cadere nel sentimentalismo. Non che questo sia un problema a tutti i costi, di per sé: ma la scrittura, così puntuale senza essere asettica (come capita invece ad altri autori), beh, riesce ad evitare ogni tentazione strappalacrime. Poi Geda ha una capacità (sembrerebbe quasi innata) di far parlare i ragazzini, di esprimersi con il linguaggio giusto e appropriato e questo è un dono che ha lui, che magari gli deriva da una sua personale esperienza, ma non solo, certo: non basta mica, non basta mica fare esperienze per essere in grado poi di trasferirle sulla carta. Insomma, per me Fabio Geda è uno scrittore meraviglioso (uno+uno+uno+uno: ormai le prove sono sufficienti per sbilanciarsi!)

 

5. Fabio Gadducci, Leonardo Gori, Sergio Lama, “Eccetto Topolino

Volume straordinario che, come recita il sottotitolo, ripercorre le tappe dello scontro culturale tra fascismo e fumetti, tra il 1938 e il 1945. Avvincente la descrizione della “comics craze” che portò all’apice del successo – negli anni precedenti – giornali quali “L’Avventuroso”, “Topolino”, “L’Audace” e numerosi altri. A parte la questione-fumetto, il libro racconta però, e in modo accuratissimo e ricco di dettagli spesso inediti, parte della realtà editoriale anteguerra, soffermandosi in particolare sulle vicende di Mondadori, Nerbini e Lotario Vecchi (i tre principali editori di fumetti anni Trenta) e del loro rapporto con Guglielmo Emanuel, all’epoca mandatario KFS in Italia (e successivamente, dopo la guerra, direttore del Corriere della Sera). Ovviamente c’è sempre qualcuno che riesce a muoversi meglio di altri, tra conoscenze e favoritismi ed è anche inutile ripeterne il nome (Mondadori, Vecchi e Nerbini: chi dei tre esiste ancora? Risposto? Ecco, bravi). Beh, a parte questo, rimane il racconto appassionato, e davvero ben scritto, della “follia”” di ridicoli censori nei confronti dell’espressione artistica e della libertà d’informazione, un tema che, al di là dei fumetti, rimane di grande e clamorosa attualità.

#regalibri

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Esor-Dire

Mentre parli e c’è qualcuno che ti riprende può capitare che ti dimentichi di dire alcune cose.
Per cui quasi tutto quello che mi è venuto in mente sull’argomento “esordire” lo trovate qui.

Ovvio però che la questione meriterebbe sicuramente di essere approfondita.
Per esempio, posso aggiungere ora altri due o tre consigli (anche se non è che poi mi senta in grado di dare chissà quale consiglio al riguardo)… Comunque:
– prerequisito: per me la scrittura è sostanzialmente un fatto di umiltà perché significa mettere a nudo un sacco di cose di te – e la maggior parte sono debolezze – e poi, per l’appunto, condividerle con persone che non puoi (ancora) conoscere: allora, se tu non fai questa cosa con umiltà sei fregato in partenza. Non è una questione di “basso profilo” o “falsa modestia”, ma è proprio il rendersi conto che hai la fortuna e il piacere di fare una cosa che ti piace solo perché dall’altra parte c’è qualcuno che ha giudicato con indulgenza le tue incapacità;
– “esordire” significa “esordire tutti i giorni” e cioè stupirsi delle cose interessanti che ti capitano: perciò, ogni nuova mattina ripeti il tuo esordio nella vita, ma non l’ha detto nessuno che il tuo sia più importante di quello di tua moglie che va a scuola a fare il suo lavoro o di tuo figlio che va all’asilo. La differenza è che può capitarti che ti chiedano un’opinione in merito e quindi, su questo, ritorniamo al punto precedente. Ma, appunto perché scrivere è mettere lì davanti agli altri un pezzettino di te, ogni nuova scrittura è un esordio, ogni nuova lettura è un esordio, ogni nuovo incontro è un esordio, ogni nuova possibilità che ti viene offerta è un esordio;
– infine – consiglio pratico – mai e poi mai e poi mai “pagare” per esordire. Chi ti chiede soldi per far avverare ciò che magari tu consideri il tuo sogno è solo un dannato truffatore (e non lasciatevi impietosire dai discorsi sui “rischi”, sulla “crisi” o cose del genere). Anche in questo caso può essere d’aiuto affidarsi all’umiltà e ricominciare daccapo, semmai, se qualcosa non ha funzionato, se la tua scrittura è stata valutata forse non ancora pronta. Pagare per essere felici alla lunga non porta a niente dato che la felicità è un bene di consumo eccezionalmente gratuito perché ha a che fare con il te stesso più profondo: cioè con qualcosa che non puoi permetterti di mettere in vendita.

Per tutto il resto, beh… Evviva Bookup.
E ok… Stay tuned 🙂

Bookup – La prima storia bella

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Persone-Che-Si-Impegnano-A-Rendere-Migliore-La-Vita (i librai): “il meglio deve ancora venire!”

Dato che c’è un tempo per ogni cosa bisogna anche che ogni cosa necessiti del suo tempo. I Pesci Rossi, così, sono saliti in soffitta per lavorare un po’ “in silenzio” alla valigia del nuovo viaggio. Siamo ancora lì, abbiamo messo il pigiama e lo spazzolino da denti, le calze e le mutande, mancano ancora le magliette e una giacca nel caso faccia freddo.

Interrompiamo però il nostro assemblaggio per… Beh, avevamo già scritto che nei viaggi che i Pesci hanno affrontato in questi ultimi mesi – cioè, in tutta la meravigliosa avventura che fin qui ci è capitata – il regalo più bello, più emozionante, più tutto, è stata la possibilità di conoscere Persone-Che-Si-Impegnano-A-Rendere-Migliore-La-Vita. Sì, sì, proprio così. Uno non ci crede, uno a stare sempre nello stesso posto non ci pensa che queste persone esistano davvero. Invece ci sono e sono anche molte di più di quanto si possa immaginare. Sono persone che offrono, sono persone che lavorano, sono persone che arricchiscono la comunità, sono persone che ma chi glielo fa fare.

Va bene.

In poche parole voglio dire che sono i librai.

Ho avuto la fortuna di conoscerne molti e tutti – dico tutti – hanno avuto una storia da raccontare a loro volta, un sorriso, una bottiglia di vino, un’altra lettura da consigliare. Il nonno Roman potrebbe dire: “Sì va bene, casso, ma è il loro lavoro”. Invece no. Invece il nonno Roman si sbaglierebbe a dire così (come si sbaglia in tante altre occasioni). Perché un mestiere lo si può anche fare senza passione, ma non è questo il caso dei librai che ho incontrato io. I librai che ho incontrato io sono persone che alla sera abbassano la serranda e vanno a casa e leggono sul giornale che più della metà degli italiani non compra nemmeno un libro in un anno (anzi, manco lo legge in prestito); beh, non ci crederete, ma questi librai che ho incontrato io, il giorno dopo non è che chiudono bottega per mettersi a vendere smartphone, ma riaprono e ci riprovano e pensano, e sono convinti che prima di alzare bandiera bianca ci siano ancora un bel po’ di cose da poter fare.

Ora, siccome tre di questi librai che ho conosciuto io sono al lavoro per cambiare, e cambiare in meglio – Rocco che si sposta dalla “Torre di Abele”, Alessandro e Chiara che da Sarzana risalgono a Torino, Patrizio che apre una nuova “Piazza Repubblica” a Cagliari che però non è più in Piazza Repubblica – ecco, siccome loro stanno dicendo che non si arrendono mica, io, noi Pesci Rossi, facciamo loro tanti… tanti in bocca al lupo! “Il meglio deve ancora venire“: lo dicono qui a Correggio, crediamoci, dai 🙂

Ok, ritorniamo in soffitta.

Stay tuned…

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Il Campiello, in tv

Li inquadrano.

Sono tutti lì sorridenti, Bruno Vespa fa da padrone di casa – compiacente come pochi – e loro sono tutti lì, gli industriali veneti che promuovono la cultura.

Il teatro è quello prestigioso della Fenice, nella prestigiosa città di Venezia, nel prestigioso contesto della cinquantesima edizione del prestigioso Premio Campiello.

In un angolo ci sono i cinque finalisti.

Dall’altra parte i rappresentanti delle associazioni di categoria del mondo imprenditoriale del nordest, “motore” dell’economia nazionale, come più volte è stato ripetuto nel corso della differita televisiva dell’evento, sabato sera, su Rai1.

Eccoli, dunque.

Eccoli lì, compiaciuti e compiacenti nella parte di mecenati del terzo millennio, mentre in platea luccicano i brillanti delle nobildonne (ovviamente anche loro facenti parte della classe imprenditoriale del nordest italiano).

Tutto sembra filare via liscio, la presentazione, la storia del Premio, gli interventi degli autori, il conteggio delle schede: va bene, l’ottimo Fois ricorda che in quel momento ci sono tanti amici che sono sottoterra, ma non sono morti (e sono i minatori che stanno protestando in Sulcis) ed è Bruno Vespa a togliere tutti dall’imbarazzo accompagnando lo stesso Fois al proprio posto e commentando “speriamo che tutto si possa risolvere velocemente”.

Speriamo.

Poi, però, accade l’imprevisto.

Accade, cioè, che la tracotanza di chi è abituato a “tracotare” ecceda decisamente e vada fuori dai binari, finendo per smascherare il vero volto dell’allegra parata di buontemponi assisa sul palco.

Altro che cultura.

Altro che mecenatismo.

Altro che.

In rapida sequenza, un tizio dell’ENI – a occhio e croce l’amministratore delegato dell’ENI – dice papale-papale che, in fondo, i nostri giovani devono trarre spunto dagli emigrati italiani, che emigrarono per tante ragioni tra cui (ipse dixit) “la ricerca dell’avventura”. E subito dopo, un rappresentate degli stessi industriali risponde alla domanda vespiana “allora cosa possiamo fare per i nostri giovani?” affermando che “occorre che i giovani, poi, comincino ad adeguarsi, ad accettare il lavoro che viene offerto (da loro generosamente, ndr), perché il lavoro c’è, altrimenti non si capirebbe tutti quegli stranieri che vengono da noi, bisogna solo adattarsi, bisogna capire che le condizioni sono cambiate e ridurre le pretese”.

A queste parole ha un sussulto d’orgoglio la sola Gigliola Cinquetti (relegata nella parte della valletta di Vespa) che, inaspettatamente, dice “qualcosa di sinistra”, lei, lei unica, e cioè che “come mamma non posso accettare un discorso del genere”.

Altro imbarazzo.

Fortuna che poi il ritmo della kermesse impone di proseguire.

Arriva il momento della consegna del premio “alla carriera” che, quest’anno, viene assegnato a Dacia Maraini.

E Dacia Maraini – proprio Dacia Maraini – secondo me dice la cosa più brutta di tutte. Più brutta perché certe uscite dagli altri in fondo te le aspetti, da lei invece meno. Dacia Maraini dice che “la letteratura serve solo a descrivere la realtà, non a modificarla”.

Applausi.

Invece, secondo me, c’è ben poco da applaudire.

Che ne avrebbe pensato Pier Paolo Pasolini (che pure della Maraini era amico)? Che ne avrebbe pensato di questa uscita della Maraini, sorridente sul palco degli industriali veneti?

A me viene in mente un passaggio di “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, dove Laura Betti, parlando a un giovane aspirante scrittore, dice che per scrivere ci vuole “rabbia”. E la rabbia la usi se vuoi cambiare una realtà, incarnarla, trasportarla sulla pagina viva e pulsante, mica solo descriverla. E che poi uno ci riesca o meno è un altro discorso, ma l’intento deve essere quello lì: bisogna procurare un “cambiamento” nel tuo lettore, altrimenti, se lo lasci indifferente dall’inizio alla fine, ti poni come sciacquetta e basta. Io spero quindi di conservare abbastanza rabbia per “scrivere” altre cose, dopo i Pesci Rossi, e non solo per “descriverle”.

Va bene.

Il Premio Campiello lo vince Carmine Abate, con un romanzo tanto bello, quanto potente.

Ma nemmeno Abate – che pure anche per storia personale avrebbe tutti i titoli per dire la propria – mostra invece di avere da obiettare, mentre solleva felice il Premio, al saluto finale dello stesso Vespa, il quale, commentando la vittoria dello scrittore calabrese figlio di emigrati ed emigrato a sua volta, dice: “Ecco, vedete, andare in Germania porta fortuna”.

Niente da dire, niente da aggiungere.

Alla fine di tutto allora vado a letto.

E ci vado con una certa amarezza.

Per le cose belle, tuttavia, che arriveranno, e lo faranno presto… Beh, stay tuned 🙂

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Un altro, un altro (inedito olimpico)

Avevamo parlato di Luz Long.

Ora aggiungiamo Peter Norman: “Quando si avverano le paure più grandi” è il secondo inedito “olimpico” della settimana (erano il “regalo” dei Pesci Rossi per l’estate).

Potete leggerlo qui (compreso ringraziamento per Fabio Adani, artista, che ha suggerito questa narrazione).

E ora, davvero, stacchiamo un po’ (ne abbiamo tutti bisogno).

Stay tuned, a presto 🙂

 

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Un inedito (olimpico)

Berlino, 1936, qualificazioni della gara olimpica di salto in lungo: Jesse Owens, due nulli su tre tentativi, è a un passo dall’eliminazione. Allora l’atleta tedesco Luz Long gli suggerisce di spostare la sua rincorsa trenta centimetri più indietro.

Luz Long è morto nel 1943, sul fronte siciliano, nel corso dei combattimenti durante lo sbarco degli americani.

Le Olimpiadi per me hanno sempre avuto un fascino “sovratemporale”: “L’uomo che saltò l’Etna” è un racconto inedito e potete leggerlo qui (se vi va).

Per il resto, beh: buona estate, naturalmente.

Stay tuned 🙂

Luz Long e Jesse Owens

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Stanno tutti bene

Ho impiegato un po’ di tempo, ma è stato un periodo “intenso”.

Ora sono arrivato al dunque e questo breve post serve solo per comunicare a qualche lettore che me l’ha chiesto, a chi in questi mesi si è interessato della questione, a chi mi ha scritto “bravo” e a quegli altri che  invece mi hanno detto “zingaro di merda” che ok, nonostante il terremoto, tutti i veri Pesci Rossi che conosco ci sono ancora.

E stanno bene.

E sì, tutto sommato il terremoto squassa, ma se – come si diceva – tutta la tua storia sta dentro un baule, beh, allora è più facile prenderla, la tua vita, e metterla al sicuro da qualche parte.

Nelle scorse settimane, poi, alcuni Pesci Rossi hanno messo a disposizione le loro kampine.

Ovviamente non se li è filati nessuno, ma è bello anche solo pensare che l’abbiano fatto.

Per tutto il resto… stay tuned (e buone vacanze) 🙂

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