È stato un anno di letture difficile. Troppe, troppe cose si sono affollate in questi dodici mesi per riuscire a mantenere a lungo la giusta concentrazione. C’è stato un terremoto in più. C’è una bimba in più, che è arrivata da queste parti. Ci sono state notti insonni e grandi risate, viaggi e pannolini, persone che hanno pianto e altre che si sono abbracciate. E comunque sì, ovviamente ci sono stati anche i libri, le storie, le pagine, le avventure, le scritture. Ora, stilare classifiche non è divertente, ma suggerire invece sì (e fa parte dei compiti del più bel mestiere del mondo, cioè il libraio). Curiosamente, diversi autori – sui giornali, sulle riviste, in televisione, insomma, quando viene chiesto loro di esprimere un parere – alla voce “preferenze” si sbilanciano coraggiosamente citando Calvino, Flaubert, Joyce e Kafka, quasi ci fosse estremo pudore nell’avere preferenze tra colleghi “vivi”. Mah… Non so, forse per beata ingenuità a me quest’anno sono piaciuti alcuni libri e infatti dopo ne parlerò qui (in realtà me ne sono piaciuti anche altri, ma non vorrei “esagerare” qui con i complimenti da atmosfera natalizia). Ce ne sono stati poi anche di quelli che non mi sono piaciuti e di quelli che non mi sono piaciuti affatto. Ma rivelare quali sono non sarebbe elegante e quindi non lo farò. Per cui ecco di seguito la “booklist_2012” dei Pesci Rossi: magari può essere utile a qualcuno come “idea regalo” (meglio ancora se selezionata nelle mitiche librerie indi italiane).
1. Nathan Englander, “Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank”
Ok, a conti fatti Nathan Englander è “il mio scrittore preferito”. Eh, allora è poi facile partire così, lo so (scusate). Sulla quarta di copertina si sprecano gli elogi per la sua raccolta di racconti: bene, allora diciamo che, a differenza di quanto accade di solito, non uno di quei giudizi è “sparato” inutilmente. Quindi, chi sono io per aggiungere altro a quanto già detto in ordine da Jonathan Franzen, Jennifer Egan, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Dave Eggers e persino Philip Roth? E sì, dunque, Nathan Englander possiede un’incredibile combinazione di umiltà e sicurezza morale. Sì, questi racconti incarnano appieno l’ironia, la complessità e l’ingegno della sua narrativa. Sì, Englander è uno dei migliori in assoluto. Sì, trabocca di gemme e rivelazioni. Sì, la sua profonda sensibilità lo distingue da chiunque altro. E sì, è davvero un grande talento, capace di mescolare l’umorismo al dolore. Detto questo, postillo in modo personale: Nathan Englander è uno che non spreca una sola parola, tutto nella sua scrittura è perfetto così come deve essere. Un racconto di Nathan Englander vale 1500 scuole di scritture creativa. Ecco.
2. Percival Everett, “Cancellazione”
Se il mondo fosse giusto… No, meglio, se il mondo letterario fosse giusto, “Cancellazione” avrebbe dovuto vendere un milione di copie. Ora, potrei informarmi sui dati, ma non credo che la cifra sia esattamente questa. Ne deduco, una volta in più, che ci sono cose ingiuste. E dunque mi gioco io il jolly: “Cancellazione” vale Franzen. E ho detto tutto. Anzi no, devo aggiungere una nota di merito: questo libro è tradotto meravigliosamente (da Marco Bosonetto, tra l’altro autore notevole in prima persona). L’ottima traduzione di Everett va sottolineata perché, per la struttura stessa del romanzo, con tutti i registri e i cambiamenti stilistici che presenta, non deve essere stata affatto una passeggiata. Il libro è meraviglioso, ma a un certo punto l’autore compie una scelta (che non tocca a me svelare) per cui voi direte: “Io amo Percival Everett”. Punto.
3. Guy Delisle, “Cronache di Gerusalemme”
Meno divertente di “Pyongyang” – mancando qui l’assurda realtà nordcoreana che già da sola vale mille racconti – “Cronache di Gerusalemme” secondo me è comunque il più bel lavoro di Delisle. Se già in “Cronache birmane” l’autore aveva dimostrato ampiamente la propria capacità di mescolare abilmente il racconto di situazioni familiari sciolto nella storia collettiva di un luogo e di un popolo, ecco, in questa occasione Delisle aggiunge un ulteriore tocco poetico alla sua narrazione. E tra l’altro ci riesce raccontando la realtà di quello che vede quotidianamente accadere a Gerusalemme e, più in generale, in Israele e Palestina, con puntualità e precisione e senza scendere nella faziosità (cosa che, in effetti, a volte risulta difficile, considerando i soprusi evidenti di cui una parte è vittima e l’altra è responsabile). C’è un’amarezza di fondo, ben rappresentata dal colono che afferma sicuro “è casa mia ora”, riferendosi a un cumulo di macerie sottratte con l’inganno al legittimo proprietario palestinese, e che tuttavia non diventa mai “rassegnazione”, quanto invece sorpresa, dolore, umorismo, umanità. E così, gli unici “sconfitti”, resi insopportabili dal racconto di Delisle, rimangono solo i fondamentalisti religiosi, di ogni gruppo, capaci di appestare e portare in rovina, con le loro intolleranze e le loro violenze, una terra ricca di storia e di significati e di possibilità di pace.
4. Fabio Geda, “L’estate alla fine del secolo”
I romanzi di Fabio Geda – e “L’estate alla fine del secolo” in questo non fa eccezione – ti portano subito, come lettore, dalla parte dell’autore (o della voce narrante) senza farti sentire “inadeguato”. La narrazione si svolge rapida e precisa, senza concessioni a ciò che “non c’entra”: vieni preso per mano e condotto tra le pagine senza alcun apparente intento didattico né spocchia da “adesso ti faccio vedere quanto sono bravo”. In più occasioni questo romanzo, per come è costruito, per la vicenda che racconta, per i protagonisti che mette in scena, avrebbe potuto cadere nel sentimentalismo. Non che questo sia un problema a tutti i costi, di per sé: ma la scrittura, così puntuale senza essere asettica (come capita invece ad altri autori), beh, riesce ad evitare ogni tentazione strappalacrime. Poi Geda ha una capacità (sembrerebbe quasi innata) di far parlare i ragazzini, di esprimersi con il linguaggio giusto e appropriato e questo è un dono che ha lui, che magari gli deriva da una sua personale esperienza, ma non solo, certo: non basta mica, non basta mica fare esperienze per essere in grado poi di trasferirle sulla carta. Insomma, per me Fabio Geda è uno scrittore meraviglioso (uno+uno+uno+uno: ormai le prove sono sufficienti per sbilanciarsi!)
5. Fabio Gadducci, Leonardo Gori, Sergio Lama, “Eccetto Topolino”
Volume straordinario che, come recita il sottotitolo, ripercorre le tappe dello scontro culturale tra fascismo e fumetti, tra il 1938 e il 1945. Avvincente la descrizione della “comics craze” che portò all’apice del successo – negli anni precedenti – giornali quali “L’Avventuroso”, “Topolino”, “L’Audace” e numerosi altri. A parte la questione-fumetto, il libro racconta però, e in modo accuratissimo e ricco di dettagli spesso inediti, parte della realtà editoriale anteguerra, soffermandosi in particolare sulle vicende di Mondadori, Nerbini e Lotario Vecchi (i tre principali editori di fumetti anni Trenta) e del loro rapporto con Guglielmo Emanuel, all’epoca mandatario KFS in Italia (e successivamente, dopo la guerra, direttore del Corriere della Sera). Ovviamente c’è sempre qualcuno che riesce a muoversi meglio di altri, tra conoscenze e favoritismi ed è anche inutile ripeterne il nome (Mondadori, Vecchi e Nerbini: chi dei tre esiste ancora? Risposto? Ecco, bravi). Beh, a parte questo, rimane il racconto appassionato, e davvero ben scritto, della “follia”” di ridicoli censori nei confronti dell’espressione artistica e della libertà d’informazione, un tema che, al di là dei fumetti, rimane di grande e clamorosa attualità.
